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Obiezioni, critiche, chiarimenti



1) La prima osservazione: “eccessiva semplificazione dei concetti”?

Uno dei primi visitatori del sito ha notato l'estrema semplificazione della presentazione. Il nostro interlocutore sostiene che anche le note di accompagnamento, dovrebbero essere sviluppate per articolare meglio i concetti.

Non c'è alcun dubbio a riguardo. Ogni idea presente sulle slide è suscettibile di sviluppi vertiginosi. Non esistono limiti all'approfondimento, come dimostrano i dibattiti in corso.

Ma ormai crediamo che uno dei problemi principali della contemporaneità consista nell'eccessiva informazione a causa dell'estrema e crescente complessità sociale. Questo preoccupante fenomeno può ostacolare conclusioni stabili con il rischio di trovarsi in balia di una realtà che sembra svilupparsi in modo autonomo. Pertanto diventa urgente individuare adeguati riduttori di complessità necessari per restituire l'intelligibilità del mondo costruito dall'umano.

Tali riduttori di complessità devono basarsi a) sugli elementi ultimi, b) aventi la potenza della fattualità e c) passibili di essere approfonditi con successive analisi in assenza di contraddizioni. La presentazione sembra soddisfare le tre condizioni offrendo a un lettore generico un quadro diffusamente ignorato e insospettato. Insomma, soltanto un punto di partenza, ma ineludibile per percorrere strade ricche di approfondimenti e per incominciare a pensare soluzioni che ancora non si intuiscono.



2) Antropocene o capitalocene?

Secondo alcuni avremmo avallato un concetto errato adottando, nella Presentazione, il termine "antropocene". Prima di spiegare il motivo per il quale a nostro avviso questo termine debba essere conservato, è necessaria una premessa importante.

Come è noto, il termine "antropocene" - espressione ripresa negli anni ottanta dal biologo Eugene F. Stoermer (wikipedia ne sostiene una paternità sovietica...) - sta a indicare una nuova era, quella in cui l'essere umano diventa attore principale nella modificazione delle caratteristiche chimiche, fisiche e geologiche del nostro Pianeta. Tuttavia "antropocene è un termine informale" non essendo inserito nella scala cronostratigrafica da parte delle istituzioni internazionali dei geologi. Dunque il termine, lungi dal possedere un valore propriamente scientifico, costituisce il centro di gravità di ragionamenti politici culturali e sociali finalizzati, da un lato ad evidenziare le gravissime problematiche che investono l'umano in rapporto al proprio ambiente, dall'altro a diffondere un grido d'allarme che solleciti adeguati provvedimenti su scala internazionale. L'indeterminatezza del discorso si proietta anche nelle incertezze di datazione riguardo il punto d'inizio dell'"era antropocenica". Infatti alcuni datano l'antropocene a partire dall'inizio dell'impiego dei combustibili fossili, altri dalla rivoluzione agricola, altri ancor prima, a partire dall'inizio della storia della specie dei Sapiens.

Secondo molti critici di sinistra, il termine, a causa della sua radice (anthropos), tenderebbe a spalmare sull'umanità intera la responsabilità delle insorgenti catastrofi ambientali. L'anarchico statunitense Murray Bookchin racconta di quella mostra sui danni all'ambiente che aveva posto, alla fine del percorso, uno specchio con la didascalia "qui puoi osservare il responsabile di ciò che hai visto". Un bambino, passando davanti a quella installazione avrebbe dovuto sentirsi colpevolizzato in quanto essere umano. Di qui la profonda irritazione di Bookchin. Negli ultimi tempi, anche studiosi di parte marxista hanno espresso un evidente fastidio a fronte dell'uso di "antropocene" sostenendo che il termine debba essere sostituito con "capitalocene" per attribuire le responsabilità delle alterazioni ambientali non certo all'umanità intera quanto al modo di produzione capitalistico e alla rapina delle risorse operata da questo sistema.

Siamo dunque incorsi in un fastidioso infortunio? Certamente sgravare il capitalismo dalle proprie responsabilità costituisce un'operazione che non fa bene a chi la compie. Ciononostante, ribadiamo che mentre antropocene costituisce un'adatta rappresentazione del problema che si vuole trattare, capitalocene rappresenta una divagazione che induce a perdere l'essenza della questione. Vediamo di comprenderne i motivi.

La Presentazione, pur nella sua stringatezza, illustra con adeguata precisione un aspetto di natura fattuale: l'anomalia evolutiva di una specie che accede allo stock della natura, infrangendo una legge che per milioni di anni non aveva manifestato eccezione alcuna. L'inizio dell'infrazione di questa legge nasce in un segmento temporale pre-storico - precisamente con la comparsa della nostra specie - e anticipa di gran lunga la stessa rivoluzione agricola. Dunque l'attenzione va rivolta, non tanto alla quantità di stock prelevato (per prendere di mira il capitalismo o, in particolare, la sua evoluzione del secondo dopoguerra) quanto piuttosto alla caratteristica della specie che si manifesta nella potenza logico-simbolica capace di trasformarsi prima in linguaggio, poi in tecnologia, infine in aggressione all'ambiente. È evidente che la possibilità di raggiungere il gradino attuale della scala dell'evoluzione culturale e tecnologica presuppone la risalita di ognuno dei gradini precedenti. Perciò, la fase d'impiego del carbonio, iniziata in modo marcato nel XIX secolo, combinandosi con i rapporti sociali precedenti e con le proprietà biologiche dei Sapiens, ha certamente dato una accelerazione decisiva ed esponenziale, ma rappresenta solo la fase terminale del problema.

Inoltre vi sono due argomentazioni che i sostenitori di "capitalocene" dovrebbero prendere in considerazione. La prima è questa. Il secolo scorso la storia umana ha visto la realizzazione di una forma seppur imperfetta di socialismo, che, tuttavia, dal punto di vista dell'azione negativa sull'ambiente, ha offerto problematiche molto simili a quelle sviluppate dalle economie capitalistiche. Altri esempi: nel passato, quando il capitalismo era ancor lontano dal sorgere, molte aree geografiche più o meno estese, sono state abbandonate in seguito a eccessivo sfruttamento delle risorse con effetti diretti e drammatici sulla riduzione della comunità biotica e della biodiversità. Questi fatti consolidano l'idea che il percorso umano sia stato - sotto l'aspetto importante dell'attacco agli stock naturali - estremamente omogeneo rispetto alle forme di vita del periodo pre-umano, a prescindere dalle caratteristiche socio-politiche adottate, sia prima della formazione del capitalismo che durante.

La seconda argomentazione, in parte connessa con la precedente, è questa. Se il capitalismo venisse superato da un'altra formazione economico sociale egualitaria, giusta, razionale, ma ancora incapace di cogliere la correttezza delle relazioni con la biocenosi, ci troveremmo di fronte a una società non certo capitalistica, ma altrettanto "antropocenica". Non è un'ipotesi peregrina: attualmente tutte le espressioni politiche anticapitaliste da noi conosciute - mantenendo un approccio decisamente centrate sull'essere umano - pongono un evidente problema di questo tipo. Anzi, l'esigenza illusoria di risolvere sin da subito il lascito nefasto del capitalismo potrebbe persino peggiorare la condizione globale con un attacco definitivo alle ultime riserve di biodiversità. Infatti, l'attuale numerosità di popolazione mondiale eccede ampiamente la sostenibilità di una vita umana degnamente intesa, a meno che - per un tempo indeterminato, ma presumibilmente molto lungo - non si adotti un regime di straordinaria eguaglianza in un contesto di estrema austerità. In caso contrario le alterazioni degli equilibri potrebbero generare un iniziale leggero miglioramento delle condizioni di vita collettive, seguito da catastrofi irreversibili a seguito di diversi effetti da impatto antropico. L'inerzia dell'"antropocene" potrebbe condurre a effetti tragicamente irreversibili.

Per tutte queste ragioni va confermata quella responsabilità di specie che rende giustificato l'uso dell'espressione "antropocene". Ovviamente sostenere che le responsabilità dei singoli rispetto alla devastazione ambientale sono differenziate significa sottolineare una banalità assoluta. Ma quando si dice che la specie deve cambiare la relazione con il proprio ambiente, si vuole affermare che tutta la specie deve entare in un nuovo rapporto con la natura superando l'equivoco principale in cui tutte le formazioni economico sociali del passato, e non soltanto l'ultima, sono incorse, e cioè la presunta centralità dell'essere umano rispetto alla collettività dei viventi.

In definitiva. La disputa "antropocene-capitalocene" si risolve se concordiamo su un fatto: ciò di cui abbiamo bisogno non è - almeno in prima battuta - un termine per definire quando e quanto determinati effetti sono stati prodotti dall'essere umano sulla Terra, bensì per comprendere la sua intrinseca potenzialità di produrli. Potenzialità che, in modalità via via progressive, si è espressa a partire dall'inizio del nostro percorso evolutivo. Se "antropocene" ha senso, è perché ci pone di fronte a un nuovo modo di immaginare il nostro rapporto con la biocenosi e di comprendere definitivamente che ne siamo parte indissolubile.




Indice

1) La prima osservazione: “eccessiva semplificazione dei concetti”?

2) Antropocene o capitalocene?